Dove sono finiti i soldi? (2)

Lunedì 28 Maggio 2007

La settimana scorsa abbiamo risposto alla domanda del titolo assieme ad un commercialista, oggi risponderemo sempre alla stessa domanda attraverso una intervista ad un noto esperto di marketing e comunicazione lombardo appassionato di basket ma soprattutto di Olimpia Milano. Questa passione lo porta a tenere aggiornatissimo un blog interamente dedicato al mondo della società milanese (http://blog.libero.it/olimpiamilano/) nonchè ad improvvisarsi esperto di mercato quando il management Olimpia tergiversa troppo nell’operare.

Domanda: Domanda secca: visto che gli sgravi fiscali per le aziende non sono più cosi invitanti come una volta cosa cercano le aziende come ritorno per una sponsorizzazione?
Risposta: Qui bisogna, a mio parere, dividere le Aziende in sottosegmenti specifici: ci sono Aziende leader - o comunque molto conosciute - che non hanno necessità di fare la “brand awareness”, cioè conoscenza del marchio, ma semplicemente desiderano affermare la marca, sedimentarla. Sono realtà per cui una sponsorizzazione è una delle tante sfaccettature dell’approccio al mercato e rientra in un giro di budget ampio.
Ci sono poi le Aziende più piccole, meno note, che pianificano la sponsorizzazione come un vero e proprio investimento sul mercato, come qualcosa da soppesare con attenzione.
Queste Aziende cercano lo spunto, spesso localmente, vogliono posare il primo mattone per costruire la casa, fare la già citata “brand awareness”.
Spesso, mi ripeto, il loro intento è diventare realtà importanti localmente e non necessariamente su scala nazionale.

D: Il rapporto tra sponsorizzazioni nel calcio contro sponsorizzazioni di altri sport è approssimativamente 10 a 1 e la questione non è legata solamente a presidenti mecenati: il ritorno di immagine del calcio è probabilmente anche superiore alle 10 volte perchè tra esposizione televisiva e tutto l’indotto delle discussioni da bar non si fa altro che parlare di calcio in Italia. Gli sport minori hanno avuto momenti importanti solo quando hanno avuto personaggi o storie interessanti da raccontare. E’ cosi anche nelle leghe minori, di esempi potrei portarne a bizzeffe.. Come si fa a creare attenzione intorno alla propria società?
R: La risposta è nella tua domanda. Bisogna avere personaggi e storie da raccontare. Bisogna coinvolgere. Tieni presente che i media non aiutano l’evoluzione: ci si accorge di queste realtà dello sport solo nei momenti in cui l’italiano medio diventa cestista, velista, ciclista o pallavolista.
La tua domanda è, in realtà, una fotografia di una situazione e più che una risposta necessita di una soluzione. E se la soluzione non l’hanno trovata gli anni e il tempo significa che forse c’è poco da fare.
Poi, troppo spesso, alcune realtà in crescita vengono rovinate da personaggi sbagliati, gente che fiuta l’affare e cerca di coniugare i valori positivi a quelli meramente economici, finendo spesso per rompere il giocattolo.
Se io oggi volessi creare attenzione intorno alla mia Società cercherei il coinvolgimento popolare, farei sentire l’uomo della strada il protagonista.
Le idee della gente comune sono spesso più forti e dirompenti di quelle dei professionisti.

D: Ovviamente le chiacchere da bar non bastano per fornire un adeguato ritorno di immagine allo sponsor: cosa si può fare quindi? Come quantificare/certificare il ritorno di immagine per uno sponsor?
R: Oggi il marketing offre la possibilità di valutare i risultati, lo fa attraverso alcune strategie ad hoc.
La misurabilità del risultato è un parametro ormai richiesto da tutto il mercato, uno strumento per valutare la bontà del lavoro svolto.
Nelle realtà piccole e medio-piccole è più semplice instaurare il cosiddetto rapporto one-to-one.
Se io sono un’Azienda di abbigliamento e sponsorizzo una squadra di basket, mi invento una promozione a basso costo e la veicolo nel mio ambiente. Esempio banalissimo: tutti i tifosi della squadra che sponsorizzo possono ritirare presso la mia catena di negozi un omaggio, una t-shirt per colorare il palazzetto. Per averla, però, devono passare dal mio sito internet, ricevendo in risposta un codice nominale da portare in negozio e necessario per il ritiro. Con questo percorso io regalo un gadget a bassissimo costo, ottengo però il passaggio sul sito, ottengo i dati anagrafici del tifoso e posso tenerlo aggiornato con una newsletter sulle mie attività, proporgli nuove iniziative personalizzate (sconti, vendite riservate, agevolazioni sui biglietti).

D: Pensi sia conveniente anche per le piccole realtà affidarsi a dei professionisti piuttosto che continuare da sè a fare il giro di imprese e attività alla ricerca di qualche soldo?
R: Dipende molto dalle qualità delle persone. La professionalità solitamente paga, ma molto spesso pagano di più le idee. A volte l’istinto e il fiuto possono più della teoria.

D: Torniamo alle grandi società ed alle federazioni nonchè alle leghe che, approfittando della visibilità data da TV nazionali, dovrebbero trascinare anche le società più piccole: cosa è mancato in questi anni per promuovere il movimento basket italiano?
R: Credo sia mancata la conoscenza, la managerialità. Troppa improvvisazione, troppi personaggi comodi messi ai vertici ad arte.
Non si può lavorare seriamente per il movimento se devi avere un occhio di riguardo per chi ti ha messo la poltrona sotto il sedere. Inevitabilmente, prima o poi si cade nella recriminazione, nell’incomprensione o peggio ancora nella malafede.
La stessa competenza è mancata anche nella promozione del prodotto basket. Che oggi è gestito con cura e precisione da SKY, è un ottimo prodotto in una bella confezione.
Ma è agghiacciante come la TV pubblica abbia trattato il basket in questi anni. È riuscita nell’impresa di allontanarlo dai giovani e contemporaneamente anche dagli appassionati di lungo corso. Una cosa inaccettabile, che ha fatto fare passi indietro al movimento.

La conclusione può essere solo una: per raggiungere i soldi degli sponsor bisogna percorrere strade nuove rispetto a quelle percorse in passato. Perchè sarà pur vero che le sponsorizzazioni milionarie degli anni che furono non torneranno più ma è anche vero che lo sport (soprattutto quello a livello locale) rimane comunque attività qualificatissima per promuovere un qualsivoglia prodotto/marchio con efficacia.

Della corposa intervista faccio mia una frase che da sola sintetizza molto, forse tutto: “La professionalità solitamente paga, ma molto spesso pagano di più le idee. A volte l’istinto e il fiuto possono più della teoria.

Un grazie ad entrambi gli intervistati.


Recalcati: un attacco della Mens Sana Siena

Lunedì 28 Maggio 2007

Ancora un attacco della Mens Sana 2006 made in Recalcati. Ancora una volta si cerca la soluzione esterna e si gioca per servire Kaukenas (2) ma qui i lunghi vengono tenuti vicino a canestro.

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Piccola riflessione:
Siena lo scorso anno non aveva certo una squadra scarsa o senza altri terminali offensivi ma, come abbiamo visto in questi 2 schemi di Recalcati e come vedremo anche in quelli di Treviso della passata stagione o del Panathinaikos in Eurolega quest’anno, quando in squadra si hanno giocatori completi come Kaukenas, Siskaukas o Smodis si tende a centrare l’attacco su di loro lasciando poi al loro estro la responsabilità di servire i compagni e di far girare tutto l’attacco.


Dove sono finiti i soldi? (1)

Lunedì 21 Maggio 2007

La domanda del titolo è una domanda che chiunque abbia vissuto negli anni ‘80-’90 non può non essersi mai posto guardando al movimento del basket attuale. Anni ‘80-’90 in cui si dominava la scena a livello Europeo sia nel settore maschile che nel femminile. Anni ‘80-’90 in cui anche le società minori avevano sponsor munifici che permettevano di assortire rose di squadre di serie D girando ai giocatori rimborsi spese pari allo stipendio di un operaio e di imbastire faraonici progetti di settori giovanili.

La domanda me la sono posta anch’io e di risposte ne ho trovate a bizzeffe nei pareri degli amici. Risposte che, in una maniera o in un’altra, finivano sempre sullo stesso binario morto: una volta c’erano un sacco di soldi che ora non ci sono più. Con questo intervento (diviso in due “puntate”) intendo fare un po’ di luce in più sulla questione partendo proprio da quanto affermavo prima: “Sì, è vero che una volta c’erano più soldi.. ma questi soldi dove sono finiti oggi?”.

Ho individuato due figure cui girare le mie domande: un commercialista ed un “esperto” di marketing e comunicazione. Non stupitevi se molte risposte date dai “tecnici” ribalteranno le tesi delle mie domande.. non sono nè un esperto di materia fiscale nè di marketing e comunicazione e come spesso accade quando non si è esperti si è vittima di “dicerie popolari” che non sempre corrispondono alla realtà dei fatti.

antonioperna.jpgAntonio Perna è un affermatissimo commercialista Triestino che annovera tra le centinaia di clienti anche molte Associazioni Sportive Dilettantistiche. Il (poco) tempo libero lo dedica anche lui ad allenare giovani cestisti.. senza ombra di dubbio non avrei potuto trovare persona migliore a cui rivolgere le mie domande. Se siete intenzionati a contattarlo: http://www.studioantonioperna.it/.

Domanda: Nulla si crea e nulla si distrugge.. possibile che solo nella congiunzione tra mondo economico e mondo sportivo tale legge della fisica non sia valida? Escludendo il calcio che è un mondo a parte, tutte le discipline sportive sono a corto di fondi.. Davvero di soldi non ce ne sono più? E’ la crisi che spinge a non investire più nello sport minore o sono spariti certi vantaggi fiscali?
Risposta: Non escluderei il calcio, perche´ per me e´ il principale motivo del problema economico/sportivo. Partiamo da alcuni punti fondamentali :
- privati : le aziende private hanno meno soldi a disposizione da investire nello sport e gran parte di essi vengono investiti in sport (calcio in primis) che possano garantire un ritorno di immagine (pensiamo alle tante pagine dei giornali sportivi dedicati al calcio, le ore di ridicole discussioni del dopopartita di calcio in televisione, le centinaia di migliaia di supporter non solo in Italia ma nel mondo);
- pubblico : le istituzioni (CONI in primis) non hanno piu´ quella marea di fondi che gli venivano concessi dai vari governi e quindi viene a mancare un´altra fonte di investimento pubblico nello sport, soprattutto quello minore ;
- politica : tante associazioni sportive ricevevano fino a 10-15 anni fa´ contributi anche dai partiti politici (p.es. le associazioni sportive Libertas ottenevano i contributi dalla Democrazia Cristiana, ma anche altri partiti politici avevano le loro “ramificazioni” sportive), anche tali fondi sono spariti ;
- costi : sino a qualche decennio fa´ i costi di gestione di un´associazione sportiva erano alquanto limitati, mentre ora tutto costa esageratamente (costo palestre, istruttori, attrezzature, visite mediche, assicurazioni, abbigliamento, trasferte) ed i maggiori costi si scontrano fragorosamente con le minori entrate (vedi punti precedenti);
- incertezza del futuro : sino a qualche decennio fa´ si potevano affrontare programmazioni quinquennali, anche dal punto di vista economico, mentre adesso la stragrande maggioranza delle aziende (unico polmone, ormai, delle associazioni sportive) non riescono nemmeno ad immaginare i dati di bilancio del prossimo anno ;
- fisco : per controbilanciare il mancato finanziamento del CONI si sono adottate delle politiche di sgravi fiscali per le associazioni sportive ma il vero problema e´ che il fisco ha aumentato il suo prelievo nei confronti delle aziende private, le quali hanno quindi meno liquidita´ da “girare” al mondo sportivo;

D: Com’è cambiata la fiscalità italiana per chi investe nelle società sportive dilettantistiche nel range 1987-2007? Possibile che prima si investisse solo perchè venivano fatte fatture maggiorate e la GdF non controllava?”
R: Come detto prima la “leva fiscale” ha aiutato, in questi ultimi decenni, piu´ le associazioni sportive (pensiamo al non indifferente abbattimento forfettario dell´ IVA e dell´ IRES stabilito dalla Legge 16/12/1991 n.39 8) piuttosto che le aziende che potevano sponsorizzare le stesse associazioni. Anzi e´ indubbio che un maggior controllo da parte degli organi addetti (GdF e Agenzia delle Entrate) ha certamente ridotto l´ interesse da parte delle aziende nell´ investire nello sport, soprattutto quello “minore”. E´ comunque pur vero che certi fenomeni di elusione e/o evasione collegate al mondo delle sponsorizzazioni sportive ha contribuito all´ aumento di questi controlli, ma d´ altronde lo sappiamo tutti : noi italiani facciamo a gara per vedere chi e´ piu´ furbo: purtroppo, pero´, dopo pagano tutti!
Sino alla fine degli anni ´90 le aziende italiane avevano ancora buoni utili ed erano quindi stimolate nell´ investire nello sport per abbattere i propri utili e quindi pagare meno imposte al fisco. Da tale periodo in poi il mercato non e´ piu´ divenuto nazionale ma globale per cui, oltre al problema della concorrenza esterna ( che ha ridotto gli utili ) gli imprenditori, soprattutto quelli del nord est italiano, hanno capito che era piu´ conveniente, anche finanziariamente, spostare parte della produzione in paesi dell´ est europeo, dove sono stati “girati” diverse migliaia di milioni di euro per la costruzione di fabbriche e per il pagamento della forza lavoro locale. E´ chiaro che anche parte delle sponsorizzazioni si e´ spostata in quei paesi, per motivi di opportunita´ economica, sociale e promozionale.

D: E’ necessario portare nuovi soldi PRIVATI nelle casse delle società sportive: lasciamo perdere il lavoro degli esperti di marketing (oggetto di un altro intervento): cosa si potrebbe fare a livello fiscale per incentivare gli investimenti? Una soluzione equa per fisco, aziende e per le società esiste ?
R: Sono fortemente pessimista sulla possibilita´ di trovare una soluzione equa tra gli estremi di questo triangolo (Fisco-Aziende-Societa´). E´ inevitabile che una delle tre debba rimetterci. Prima ci rimetteva indubbiamente il Fisco (tante Aziende e Societa´ hanno fatto i “furbi”), ora indubbiamente le Societa´ sportive (netto calo delle sponsorizzazioni sportive), mentre le Aziende, come detto prima, hanno trovato altre strade remunerative (internazionalizzazione).

D: Esiste all’estero un modello da poter importare? La Spagna per le società sportive ha un regime fiscale molto diverso da quello ordinario che porta queste società a pagare circa il 50% delle tasse che paghiamo in italia. Questo significa maggior disponibilità per roster più competitivi, infrastrutture per i settori giovanili e attività di promozione territoriale. Che ci sia qualcosa da imparare?
R: Agevolazioni di natura fiscale ci sono anche in Italia, tanto e´ vero che comunque gli sponsor ci sono anche nel nostro paese: il vero problema e´ che il calcio, per i motivi sopra esposti fagocita l´ 80% delle risorse finanziarie pubbliche e private . Penso pero´ che :
- siamo enormemente carenti in infrastrutture ( bisognerebbe avvantaggiare, anche fiscalmente, la realizzazione privata delle infrastrutture sportive ) ;
- maggior intervento a livello politico/istituzionale per l´ assegnazione dei principali eventi sportivi ( Olimpiadi, Campionati mondiali ed europei delle varie discipline ) in quanto, oltre ad ottenere fondi da parte delle istituzioni internazionali per la realizzazione e/o miglioramento delle infrastrutture locali, si darebbe un forte slancio all´ economia turistica, con l´ effetto di sollecitare gli imprenditori nazionali.

La conclusione è chiara secondo il nostro “esperto”: i soldi di una volta sono finiti nelle tasche del fisco e nelle tasche delle società sportive dell’est e da qui “estrarli” sarà piuttosto complicato immagino. La prossima puntata sentiremo il parere dell’ “esperto” di marketing e comunicazione.. a Lunedì prossimo!


Recalcati: un attacco per Kaukenas

Lunedì 21 Maggio 2007

Parliamo sempre di Coppa Italia ‘06 e questo è uno schema utilizzato dalla Mens Sana di Recalcati.

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2 è Kaukenas, terminale offensivo principe per Siena.

1 si allarga in guardia sul lato di 2 che sfruttando il blocco alto di 4 tenta di ricevere in post basso: se il difensore di 2 passa dietro il blocco ed i difensori di 4 e 5 non aiutano 2 può tranquillamente ricevere in lunetta e forzare la conclusione in penetrazione (specialità della casa).

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Il lungo sul lato opposto si alza in punta, riceve da 1 e ribalta il lato. 1 dopo aver passato sfrutta ancora un blocco di 4 per liberarsi avanzando verso canestro.

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4 e 5 sono ancora impegnati con due blocchi in sequenza per 2 che a seconda di quello che fa la difesa esce alto per un tiro da 3 o chiude a ricciolo dopo il secondo blocco per una soluzione in penetrazione.


Parliamo di.. Box-and-one!

Lunedì 14 Maggio 2007

Piero BucchiSotto vedete un bel post sull’attacco di Bucchi che ha fatto affondare la box-and-one di Milano lo scorso anno in Coppa Italia.

La box-and-one è il “rimedio della Nonna” usato da tutti i coach per arginare un giocatore avversario particolarmente pericoloso ed anche se lascia praterie per i 4 non marcati faccia a faccia ha il vantaggio di non essere particolarmente allenata e per questo motivo disorienta sempre i giocatori avversari nelle prime azioni in cui viene eseguita.

Personalmente al posto della box-and-one per chiudere i rubinetti al cecchino avversario preferisco adattare una normale zona o la mia uomo utilizzando il cambio sistematico, il bodycheck o l’uscita+recupero del difensore del bloccante.

Altra soluzione più tattica è quella di far stancare il cecchino con difesa pressante per 40′: si rischia qualche canestro di troppo soprattutto all’inizio ma poi ricevendo stanco abbasserà le sue percentuali.

Deve aver fatto un ragionamento simile anche coach Djordjevic quella sera di un anno e rotti fa ma a lui non andò troppo bene.. ;-)


Bucchi: attacco alla Box-and-one

Lunedì 14 Maggio 2007

Altro gioco scoutato dalla Coppa Italia ‘06: Milano passa alla box-and-one per tentare di limitare Greer che sta facendo sfracelli, Bucchi chiama subito time-out e sistema le carte impedendo all’Olimpia di riavvicinarsi nel punteggio.

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1 è Greer, play e tiratore “in piena striscia”, che Djordjevic ha deciso di arginare facendolo marcare faccia a faccia da Bulleri dopo la ricezione nella sua metà campo.

Greer passa a 2 (Spinelli o Stefansson di norma) che appena ricevuto si riporta in posizione di play in palleggio, taglia e sfruttanto il blocco di uno dei due lunghi appostati in post medio esce in angolo sul lato opposto a quello dove ha passato la palla. 3 (Morandais) taglia orizzontale e si fa trovare sul lato opposto in posizione di guardia.

Bucchi con estrema semplicità crea grandi problemi alla difesa milanese, vediamo il perchè: i due difensori alti della box sono impegnati rispettivamente sulla palla e sul giocatore più vicino ad essa, pertanto appena la palla passa da 1 a 2 uno dei difensori deve prenderlo mentre l’altro coprirà su 3. Ma 3 non rimane fermo, taglia orizzontale costringendo al “conflitto di zona” i due difensori alti della box.. chi difende su 3 deve rapidamente prendere 2 portatore di palla mentre chi difendeva su 2 dovrà fare l’opposto con l’aggravante che 3 gli sta già passando dietro la schiena.

Ma non è tutto perchè essendo a zona i due lunghi dell’Olimpia non escono a dar man forte a Bulleri sui blocchi ed il Bullo è costretto a passare sopra il blocco per non subirlo: Greer riuscirà a ricevere in angolo ed a segnare le triple decisive per Napoli.


Cosa cercate in un playmaker?

Lunedì 7 Maggio 2007

Prendendo lo spunto da un mio commento ad un intervento di Paolo ho riflettuto attentamente sul ruolo del playmaker nel basket moderno. Non intendio tediarvi, almeno per ora, con una personale analisi sulla discesa verticale della qualità del gioco del basket ad ogni livello ma intendo spostare il tiro sulle qualità richieste in un playmaker vero, non nelle guardie basse e senza 1c1 che ricicliamo come playmaker (ops.. nota polemica? ;-) ).

Ecco quindi in maniera piuttosto semplificata cosa cerco in un atleta per definirlo playmaker:

  • deve essere in grado di portare la palla guardando il gioco (e non avanzando a sederate come si vede troppo spesso oggi) anche quando difeso con moderata intensità;
  • deve essere in grado di uscire col palleggio dai raddoppi (non raccogliere la palla) o dalle situazioni di “traffico”
  • deve immediatamente proporsi per ricevere l’apertura dal giocatore che prende il rimbalzo (non aspettare che tutti i difensori siano rientrati per farsi vivo) e aprire ancor più velocemente il contropiede
  • deve far correre la palla: col passaggio in prima battuta e solo in seconda battuta col palleggio (quanti pseudo-play congelano la palla per 20″ in attesa dell’assist risolutore e poi si chiamano il blocco per il pick’n'roll?)

Ultimo per trattazione ma primo per importanza citerei la seguente qualità, senza la quale diventa per me impossibile parlare di playmaker:

  • deve essere l’allenatore in campo: non necessariamente il leader della squadra ma deve essere in grado di tenere coinvolti in attacco tutti i suoi compagni servendo con maggior frequenza quelli in palla ma non facendo ammuffire gli altri per evitare facili adattamenti della difesa. Deve essere in grado di leggere la partita quindi.. che non significa solo capire se gli avversari difendono a zona od a uomo per chiamare lo schema corretto.

Chi mi piace di più tra i playmaker attuali? Beh, nonostante l’impoverimento del basket attuale nel ruolo non posso non citare Steve Nash ma soprattutto un certo Theodoros Papaloukas: il numero uno incontrastato nella categoria. Per me naturalmente.

 

Ma parlando di playmaker, anche se non più in attività, non posso non citare giocatori del calibro di John Stockton, Ferdinando Gentile (che forse play puro non lo era ma non ho mai visto un giocatore con più carisma), Mike D’Antoni e, per me il numero uno di tutti i tempi ed il miglior interprete della mia definizione di playmaker, Roberto Brunamonti: ha sempre lasciato i riflettori allo straniero di turno ma per l’intelligenza cestistica messa in campo avrebbe meritato molto di più. Indiscutibilmente il migliore, perlomeno tra quelli che ho avuto modo di vedere..


Repesa: l’attacco della Fortitudo in CI’06

Lunedì 7 Maggio 2007

Altro schema scoutato dalle Final Eight di Coppa Italia dello scorso anno: in azione c’è la Fortitudo di Repesa che con questi semplici movimenti cerca di liberare Belinelli per un tiro da 3 o i suoi lunghi in post basso per il gioco interno.

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Il play si allarga sul lato della guardia più bassa (Becirovic quando Garris è in play o Green) mentre i due esterni tagliano verso il centro dell’area per sfruttare il blocco dei lunghi posizionati in post basso.

La guardia sul lato della palla sfrutta il blocco per salire in punta mentre 3 (Belinelli di norma) può sfruttare il secondo blocco per uscire in angolo e liberarsi per un tiro.

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Se 3 non riesce a liberarsi la palla giunge a 2 in punta: 1 dopo il passaggio taglia e va in post alto girato verso il fondo.

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1 è girato verso il fondo perchè deve osservare il lato verso cui si libera 3 per poi uscire sul lato opposto: se 3 (Belinelli) non riesce a liberarsi difatti sarà proprio 1 a ricevere il passaggio per cercare di servire il lungo che, se anticipato, bloccherà orizzontale per il compagno di reparto (non in figura).


Pick and roll: panacea al mal dei 24 secondi?

Mercoledì 2 Maggio 2007

Con l’introduzione dei 24 secondi tutti i coach si sono precipitati a trovare soluzioni di tiro più immediate possibile ma invece che concentrarsi sullo sviluppo di un gioco organizzato a partire dal contropiede primario abbiamo deciso di infarcire di p’n'r i nostri schemi offensivi ritenendolo lo strumento più immediato e più efficace per andare a canestro senza incorrere nella violazione dei 24″.

Questa moda ormai si è diffusa a tutti i livelli professionistici (e non) fin giù alle giovanili ma quanti giocatori realmente in grado di sfruttare questa collaborazione vediamo in circolazione?

Provo a spiegarmi meglio: quanti giocatori dopo aver bloccato ruotano correttamente verso canestro? E quanti di questi riceveranno una palla giocabile dal loro compagno?
Quanti play sanno girare l’angolo e concludere a canestro leggendo correttamente la posizione del loro difensore e dell’eventuale aiuto? Quanti di loro sanno anche battere il raddoppio bucandolo col palleggio o cambiando mano e direzione?

Ho citato il raddoppio non a caso perchè ormai col continuo fiorire di giochi imbastiti su sequenze infinite di p’n'r gli allenatori hanno trovato l’antidoto universale: il raddoppio sul portatore di palla. A questo punto l’attacco non fa altro che chiamare lo schema di riserva e tutti si torna a giocare a basket normalmente. Un poco come in quelle partite giovanili dove vige il codice d’onore “non chiamo zona finchè tu non chiami zona”: quando il primo allenatore infrange questo patto di non-belligeranza e chiama la 2-3 l’altro coach subito si affretta a fare lo stesso ed i punteggi improvvisamente si arrestano con attacchi che non sono in grado di sfruttare gli spazi e comici siparietti di giocatori che stanchi di fare il pendolo da un angolo all’altro del campo senza mai ricever palla cominciano a mandare a quel paese compagni e coach.

Siamo al paradosso quindi. Inseriamo i 24″ per velocizzare il gioco ed inseriamo il p’n'r per attaccare il canestro fin dal primo secondo dell’azione: da ciò mi aspetterei di vedere tanti nuovi Nash in circolazione ma l’unica cosa che vedo sono play che pompano la palla 20″ in attesa del p’n'r “buono” e lunghi che bloccano e ribloccano fino alla soluzione del piccolo o alla chiamata del fallo in attacco per blocco irregolare.

Per non parlare della conseguenze sul resto della squadra: mentre i due eletti giocano il p’n'r gli altri tre aspettano sul perimetro uno scarico che se mai arriverà sarà solo per effettuare un tiro con massimo 5″ sul cronometro dei 24″.

Non mi piacerebbe tornare ai 30″ ma tornare ai giochi di continuità che facevamo quando c’erano i 30″ (passing game, flex, …) insistendo sulle corrette letture per punire gli errori della difesa forse sarebbe realmente più utile ai nostri ragazzi.

Ovviamente scrivo per chi ha la fortuna di poter lavorare su un gruppo per un anno intero o più: chi fa il professionista e da un mese all’altro si trova ad allenare due squadre diverse non ha davvero alternativa.. ma qui probabilmente si potrebbe intervenire limitando il periodo di apertura del mercato ed il numero degli acquisti “di riparazione” in tutte le categorie seniores. Ma questa è un’altra storia ovviamente..